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DUE O TRE COSE CHE (NON) SO DELLA MALATTIA MENTALE

Regia e Fotografia

Director and photography

Floriana Pinto

Montaggio

Editor

Serena Dovì

Suono

Sound

Floriana Pinto

 

Produzione

Production

Netfforpp / Blue Desk

Genere

Genre

Documentario / Documentary

 

Anno Year

2017

Durata Length  

25'

SINOSSI

Giovani studenti inscenano a teatro ciò che hanno elaborato in un progetto sulla malattia mentale mentre i giovani pazienti di una comunità terapeutica ne danno testimonianza sulla propria pelle. Sono passati quarant’anni dalla chiusura dei manicomi ma la malattia mentale continua ad esistere. Saranno gli psichiatri e gli psicologi della comunità terapeutica a raccontarci il loro per- corso e i risultati ottenuti con il loro approccio psicodinamico. Sullo sfondo di una società che ancora non è pronta ad affrontare davvero la malattia mentale e il suo stigma.

 

NOTE DI REGIA

 

Il documentario nasce all’interno della mostra ‘SCHEDATI, PERSEGUITATI, STERMINATI - Malati di mente e disabili durante il nazionalsocialismo’ voluta dalla Società Tedesca di Psichiatria come intervento di pubbliche scuse e di proprie responsabilità per i fatti accaduti.

La mostra è giunta a Roma nel 2017 grazie alla Netforpp (Network europeo per la ricerca e la formazione in psichiatria psicodinamica) dove è rimasta per tre mesi al Complesso del Vittoriano ricevendo oltre 21.000 visitatori. La Società Italiana di Psichiatria ha curato una sezione aggiuntiva sulla propria storia: ‘MALATI, MANICOMI E PSICHIATRI IN ITALIA: dal ventennio fascista alla seconda guerra mondiale.’ Che riassume le responsabilità della psichiatria italiana durante l’epoca fascista.

Parallelamente alla mostra la Netforpp ha attivato un progetto nelle scuole di Roma per approfondire con psichiatri e psicologi le tematiche della umanità/disumanità e della malattia mentale.

Il documentario muove dalle elaborazioni di quei laboratori e li mette in relazione a chi la malattia mentale la vive e la cura.

Come mi è stato indicato dal team di specialisti, dovevo far si che i pazienti della comunità terapeutica non fossero riconoscibili, così ho scelto di raccontarli con un inquadratura che fosse sfocata alla matrice, non volevo utilizzare nessun filtro posticcio da programma giornalistico. 

Da una parte volevo restituire un'immagine corrispondente alla loro realtà, calda, delicata e nuovamente in via di definizione. Dall’altra rappresentare in qualche modo lo sguardo che la società ha su di loro: ne percepisce la presenza ma non li sa mettere a fuoco per vederli fino in fondo. 

 

Ho lasciato che fossero le parole dei pazienti stessi a condurci all’interno del complesso percorso di cura di cui tengono fermamente le redini gli specialisti della comunità terapeutica Agorà.

Ho cercato di restuire il racconto di una piccola grande riuscita, di una buona pratica dove la cura è resa possibile da un rapporto umano medico-paziente valido e da una solida teoria di riferimento.

                                                                                                                                                                                                                                         Floriana Pinto